Fondazione per l'Avanzamento delle Ricerche in Medicina Molecolare - ONLUS

Intercultura e biologia

Quali sono le connessioni tra cultura e biologia?
E’ possibile immaginare che differenti culture dipendano da differenze genetiche?

Il linguaggio scientifico

La scienza da Galileo in poi, ha sempre parlato un linguaggio unitario, indipendente dalle specifiche culture nazionali o locali in cui svolgeva la sua azione di conoscenza della natura e di scoperta delle leggi che la governano. Ciò è tanto vero che anche la lingua impiegata dagli scienziati è stata prevalentemente una (il latino in passato ed oggi l'inglese).

E' pur vero che la scienza è espressione di una élite sociale, ma è anche vero che la sempre maggiore importanza della scienza nella nostra epoca ha determinato una assai più larga diffusione della conoscenza scientifica. A quest'ultimo proposito è comunque bene sottolineare come ci sia ancora una grande necessità di strutture educative, specie nelle scuole, che sappiano comunicare con rigore e correttezza i contenuti della scienza a chi non partecipa in prima persona al processo della conoscenza scientifica.

Il linguaggio scientifico si presta dunque a essere per così dire un modello di comunicazione transculturale che può essere recepito e condiviso da culture anche molto diverse e costituisce un solido terreno comune di scambio di conoscenze. A questo proposito basta considerare la vera e propria esplosione della scienza e della tecnologia in paesi così diversi dall'Europa e dagli Stati Uniti come l'India e la Cina.

Va però anche considerato che il prezzo che si paga per questa omogeneità e universalità del linguaggio scientifico è che si tratta di un linguaggio nato e sviluppatosi quasi esclusivamente nel mondo occidentale e che quindi risente inevitabilmente delle culture che hanno caratterizzato e che caratterizzano quella regione del mondo. Occorre perciò riflettere sul rispetto che si dovrebbe assicurare ai contenuti e ai valori di altre culture, evitando il più possibile una forma, sia pure assai sofisticata, di nuova colonizzazione ad opera dell'Occidente sviluppato.

L’approccio scientifico alla multicultura

Il secondo motivo di interesse, cioè l'approccio scientifico alla multiculturalità, va invece direttamente al cuore del problema delle diversità. Non vogliamo qui insistere più di tanto di tanto sui guasti che una visione angusta del concetto di identità ha provocato nel corso dei secoli nei confronti di chi appariva diverso per origine, cultura, aspetto e di come la difesa di questa malintesa identità abbia condotto a tragedie purtroppo ancora vive nella nostra memoria storica anche recente.

Ci interessa piuttosto in questa sede occuparci di come una corretta visione scientifica ci fornisca le ragioni della fondamentale eguaglianza degli esseri umani, della ricchezza con cui si esprimono le diverse culture e su come la contaminazione fra di esse costituisca una fonte di progresso e rinnovamento.

GENI E CULTURA

La cultura può essere intesa come quel bagaglio di conoscenze ritenute fondamentali e che vengono trasmesse di generazione in generazione. Una concezione antropologica o moderna presenta la cultura come il variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo. Concerne sia l’individuo sia le collettività di cui egli fa parte. In questo senso il concetto è ovviamente declinabile al plurale, presupponendo l'esistenza di diverse culture, e tipicamente viene supposta l'esistenza di una cultura per ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo, e l'appartenenza a tali gruppi sociali è strettamente connessa alla condivisione di un'identità culturale. ( Wikipedia).

La cultura quindi scaturisce dalla somma di comportamenti categorizzati da regole morali sociali e religiose, che gruppi di individui, seguono e ne risultano caratterizzati.

Così come i geni, la cultura si tramanda per generazioni e si allarga alla popolazione che finisce con l’essere essenzialmente costituita da individui geneticamente correlati. Ad esempio si pensi alla cultura ebraica narrata nella Bibbia (i figli di Israele).

Ma qual è la relazione tra geni e cultura?

Per rispondere a questo quesito dobbiamo fornire alcuni elementi fondamentali sulla biologia degli esseri viventi e in particolare della specie umana.

Rivediamo quindi alcuni concetti basilari di genetica.

IL GENOMA

Che cos'è il genoma

Il genoma (o patrimonio genetico) è l’insieme d’informazioni ereditabili che, codificate nel DNA, permettono ad un organismo di esistere, di vivere e di moltiplicarsi. Ovvero il genoma è l’insieme di tutti i geni.

Essi sono presenti in tutte le cellule di un organismo ma vengono espressi in modo articolato e differenziato sia nel tempo (sviluppo embrionale) e nello spazio (cioè tessuti diversi esprimono geni diversi).

Ad essi sono dovute tutte le funzioni vitali; da quelle più basilari quali la moltiplicazione cellulare a quelle superiori quali le funzioni delle cellule del cervello cui sono collegate le percezioni e la loro elaborazione.

L’espressione genica

L’unità di base della vita è la cellula. Tutte le funzioni cellulari sono espletate da proteine. L’istruzione per sintetizzare una specifica proteina è codificata in un segmento di DNA (il gene).

Il DNA è una lunghissima molecola a doppia elica impacchettata nei cromosomi. Possiamo considerare questa macromolecola come un lungo nastro dove compaiono 4 simboli (A, C, G, T) in sequenza continua (ad esempio .....CATTGTAACGGG....). Queste sequenze vengono decodificate leggendo tre simboli alla volta. Così, il gene dell’insulina, che è una proteina di 100 aminoacidi, è costituito da 100 triplette dei simboli A, C, G, T. Gli aminoacidi sono i blocchi che costituiscono le proteine. La gamma completa è di 20 aminoacidi diversi ed ognuno di essi corrisponde una determinata tripletta.

Quindi un gene è una funzione biologica codificata nel DNA che per essere espressa deve essere decodificata e tradotta in una particolare proteina che sarà in grado di svolgere un determinato compito.

Continuando con il gene dell’insulina: Quel tratto di DNA che codifica per l’insulina è presente in tutte le cellule dell’organismo, ma viene tradotto in proteina solo da alcune cellule del pancreas, l’insulina circolando con il sangue permetterà a tutte le altre cellule di utilizzare efficientemente il glucosio.

L’eredità genetica

Il genoma completo è costituito da due copie di ogni gene, una copia proveniente dal padre ed una dalla madre.

Negli organismi multicellulari (metazoi) il progetto di vita inizia il suo svolgimento quando la cellula uovo viene fecondata. Infatti, la cellula uovo ha solo una copia di ogni gene ed è quindi indispensabile che lo spermatozoo fornisca la seconda copia per attivare e svolgere correttamente l’intero programma che prevede lo sviluppo embrionale, l’accrescimento, lo sviluppo sessuale ed i comportamenti tipici della specie.

L’evoluzione e la selezione naturale

E’ evidente che una cellula si perpetuerà sempre uguale a se stessa trasferendo l’informazione genetica inalterata a tutte le cellule figlie. Gli esseri viventi che si riproducono sessualmente produrranno cellule germinali (spermatozoi e uova) con una sola metà del genoma (l’uomo che ha 23 coppie di cromosomi produrrà gameti con 23 cromosomi.

In generale le cellule sono estremamente efficienti nel riprodurre una copia fedele del proprio DNA. Nonostante ciò, anche se molto raramente, durante processo di duplicazione del DNA si verifica qualche errore (mutazione) che può modificare il prodotto di un gene.

Se la mutazione in questione non sarà letale, potrà essere trasmessa per generazioni. Se la copia mutata conferisce (anche in modo indiretto) un vantaggio riproduttivo, i suoi possessori diverranno sempre più numerosi, la frequenza del gene nella popolazione aumenterà e potrà persino sostituire la copia originaria. E’ la selezione naturale genialmente intuita da Darwin nella metà dell’ 800.

Quindi, la variabilità genetica generata dalle mutazioni è l’unica possibilità per gli organismi di sopravvivere in un mondo che cambia. Infatti una cellula vivrà e si riprodurrà se ha i mezzi molecolari per trarre dall’ambiente il nutrimento necessario per svolgere le sue funzioni. Essa quindi è adattata ad un determinato ambiente. Se l’ambiente cambia e il genoma resta invariato, la sua progenie può non essere più in grado di vivere e potrebbe estinguersi.

Noi sappiamo che le condizioni della terra sono cambiate enormemente nel corso della sua storia e dai fossili deduciamo che moltissime forme di vita sono scomparse, ma osserviamo anche, in un continuo processo dinamico, che nuove forme le hanno sostituite.

Quindi risulteranno vincenti le forme di vita più ricche di strumenti molecolari adatti ad affrontare nuove situazioni. E’ questa la ragione del grande successo della riproduzione sessuale. Essa si è affermata perché aumenta enormemente la variabilità genetica.

Infatti dobbiamo considerare che una forma di vita unicellulare anche si organizza in colonia sarà costituita da individui con lo stesso DNA. Se una singola cellula subisce una mutazione, questa rimarrà confinata nella sua progenie. Ovvero in una colonia che si sviluppa le cellule mutate resteranno sempre minoritarie. Bisognerà attendere l’insorgenza di una o più mutazioni che permettono alla cellula mutata di riprodursi molto più velocemente delle consorelle della colonia per osservare il cambiamento..

Il genoma umano e la diversità genetica

Il genoma umano è la sequenza completa di nucleotidi, approssimativamente di 3,2 miliardi di paia di basi di DNA. Poiché la stragrande maggioranza di questo DNA non viene tradotto in proteine si considera il patrimonio genetico umano costituito da circa 20.000 geni organizzati in 22 cromosomi.

In ogni cellula però sono (e devono essere) presenti due copie di ogni gene e quindi ci sono 22 coppie di cromosomi chiamati omologhi. A questi si aggiungono altri due cromosomi X e Y che sono molto diversi tra loro e determinano il sesso. Il soggetto sarà femmina se riceverà due cromosomi X altrimenti sarà maschio se riceve un X e un Y.

La fusione tra lo spermatozoo e l’uovo ricostituisce il genoma completo. Può così iniziare l’attuazione del programma di sviluppo seguendo le istruzioni codificate nel DNA.

Però i singoli geni non sempre sono perfettamente identici. Se lo fossero gli individui sarebbero effettivamente identici come accade nei gemelli. Avviene così che se ad esempio in una popolazione circolano 3 versioni del gene A (che possiamo chiamare A1, A2, A3) e se la madre con un genotipo A1/A3 si riproducesse per partenogenesi (riproduzione senza contributo maschile) i suoi figli sarebbero tutti A1/A3. Con la riproduzione sessuale, essa produrrebbe una metà delle uova con il gene A1 e metà con il gene A3 e se ipotizziamo l’incrocio con un maschio A2/A2, la prole potrà essere A1/A2 o A3/A2. Come si vede in questo caso ci sono diverse possibili combinazioni tra le quali, quelle che darebbero vita a prole diversa tra loro e dai genitori.

La specie umana è una specie unica geneticamente omogenea. La divisione in razze è artificiosa

I citati 20.000 geni del genoma umano rappresentano solo 2% del DNA totale. Il rimanente 98% del DNA costituito da DNA che non codifica per proteine e che quindi un effetto diretto sull’individuo.

Vediamo così che lo scimpanzé, l’animale che più ci somiglia, ha solo una differenza del 5% del DNA, ma è ancora più interessante notare che la maggior parte delle differenze del DNA sono concentrate nel DNA ridondante e che i geni completamente differenti dall’uomo sono solo una trentina e riguardano per lo più i geni della digestione.

L’uomo si sarebbe differenziato dagli altri primati perchè si sono selezionati geni che gli hanno permesso di alimentarsi con cibi di maggior valore alimentare che indirettamente gli hanno permesso di sviluppare maggiore attività cerebrali con conseguente sviluppo di atteggiamenti sociali che gli hanno permesso di avere più prole fertile.

Nello stesso tempo è praticamente impossibile trovare due genomi identici in quanto nei millenni si sono accumulati piccoli cambiamenti del DNA che non hanno avuto un effetto determinante sull’evoluzione.

Si calcola che attualmente c’è una diversità dello 0,1% tra i genomi umani. Questi piccoli cambiamenti sono chiamati polimorfismi genici e se si considera che la differenza dello 0,1% tra i genomi umani è concentrata nella parte “inerte” del DNA che rappresenta il 98% del genoma, ci si renda subito conto della loro scarsissima importanza.

Questa osservazione fornisce la base scientifica per affermare che tutti gli uomini sono uguali e che il concetto di razza deve essere profondamente modificato o meglio abolito.

I geni del comportamento

Il complesso genetico umano comprende geni selezionati per assicurare il più alto possibile successo riproduttivo. Pertanto sono essenziali l’istinto sessuale e la cura della prole. Infatti senza sesso non è possibile avere figli e se i figli non raggiungono la maturità sessuale la propagazione di un determinato genoma si interromperebbe.

Vivere in società organizzate in famiglie, la solidarietà tra i membri di una famiglia e, anche se in misura ridotta, tra gli individui dello stesso gruppo etnico, sono tutti comportamenti atti a favorire la prolificità di un gruppo di individui che condividono tratti genetici. La storia dimostra che complessivamente tutti gli individui si comportano in modo simile in condizioni ambientali analoghe.

E’ altresì evidente che i comportamenti individuali sono caratteristiche tipiche di ognuno di noi. Numerosi studi continuano a produrre evidenze sulle influenze delle variazioni genetiche nei comportamenti anche complessi.

Influenza delle diversità genetiche sul comportamento

Per comprendere come le differenze genetiche individuali influenzano il comportamento è necessario introdurre alcune nozioni di fisiologia del cervello. Come quelli messi in atto in risposta a stimoli emozionali.

Questo organo che è il più complesso dell’organismo, è costituito da miliardi di cellule organizzate in aree specializzate con compiti diversi (ad esempio l’ippocampo presiede alla memoria, le regioni occipitali alla visione etc.). E’ opportuno segnalare che “aree specializzate” del cervello significa gruppi di neuroni che esprimono particolari geni che sono diversi da quelli espressi da altre aree.

I neuroni sono connessi gli uni agli altri attraverso una fittissima rete di microfibre. Gli stimoli che attraverso i sensi arrivano al cervello vengono elaborati grazie ai neuroni delle varie aree che, comunicando tra loro, elaborano una risposta adeguata.

Queste interazioni tra neuroni sono mediate da diverse classi di molecole chiamate complessivamente neurotrasmettitori. Ogni determinato neurotrasmettitore può essere accettato solo dalle cellule che hanno alla loro superficie una proteina specjfica che lo riconosce (recettore) Cioè, lo stimolo sensoriale attiva, nei neuroni deputati, la produzione di un neurotrasmettitore (es. la dopamina) che trasmetterà lo stimolo altri neuroni che presentano il suo recettore (recettore della dopamina). Essi a loro volta risponderanno con la produzione di altre sostanze e così di seguito fino ad ottenere risposte adeguate anche molto complesse.

La dopamina che è uno dei principali neurotrasmettitori che presiede a molti tratti tratti comportamentali tra i quali la ricerca del piacere e le assuefazioni.

Se si analizza il gene del recettore della dopamina nella popolazione si scopre che è estremamente polimorfico. Cioè la sequenza genica non è sempre identica ma può presentare delle piccole differenze. Nella popolazione umana sono presenti 14 polimorfismi principali del gene che codifica per il recettore DRD4.

Ovviamente anche in questo caso ogni individuo avrà solo due delle possibili 14 varianti. Numerose prove hanno dimostrato il ruolo dei recettori della classe DRD4 in diversità comportamentali quali i deficit di attenzione, l’iperattività, l’intelligenza, la ricerca del nuovo e il desiderio sessuale... Uno studio ha chiaramente dimostrato chi gli individui con genotipo omozigote per la variante 7 sono estremamente curiosi di conoscere il nuovo (il gene della curiosità?).

Un altro interessante esempio è fornito da uno studio riportato sulla prestigiosa rivista Nature. Uno di questi neurotrasmettitori è il neuropeptide Y (NPY) che è il prodotto genico dei neuroni dell’area limbica la quale è deputata all’eccitazione e alla valutazione degli stimoli emotivi. Nella popolazione sono presenti 5 varianti del gene NPY, chiamate H1-H5 le quali differiscono tra loro per la quantità del prodotto generato dopo stimoli stressanti. Ognuno di noi possiede solo due delle cinque varianti e quindi la sua capacità di produrre NPY sarà strettamente correlata con le varianti ricevute dai suoi genitori.

Nello studio, 516 individui sono stati divisi in tre sottogruppi a secondo del genotipo e quindi della quantità di NPY che erano in grado di produrre: elevate, scarse o intermedie. E’ stata mostrata una chiara correlazione inversa tra la quantità di NPY e il tratto somatico dell’ansia generato dalla paura dell’incerto e da paure anticipatorie. In altre parole, ci sono dei soggetti non riescono a risolvere efficacemente stadi di ansia perché geneticamente inadeguati.

Etnie e cultura

Indipendentemente dal luogo geografico e dal momento storico, ci sono dei comportamenti tipici e costanti della specie umana. La collaborazione tra gli individui è tanto più stretta quanto più essi sono geneticamente correlati. Si assiste sempre ad una sorta di scala di valori che va dal cercare di favorire prima di tutto i propri figli, poi i membri della propria famiglia, successivamente dello stesso clan, della stessa etnia, e gli umani rispetto agli altri mammiferi ed infine anche i mammiferi rispetto al altri animali che sono geneticamente più distanti (ad esempio gli insetti).

Che cosa però determina le differenze culturali ?

I tratti fondamentali del comportamento umano assumono valori diversi a secondo delle condizioni ambientali in cui la comunità vive. La storia dell’incontro degli occidentali con gli indiani d’America può illustrare questo punto.

Nei libri di storia si fa iniziare l’epoca moderna con la scoperta dell’America.

Infatti iniziava in quegli anni una rivoluzione culturale che ha portato l’uomo ad uno sviluppo economico e sociale che ha indotto nell’ambiente cambiamenti radicali che impongono, per la sopravvivenza della specie, una cultura diversa.Si incontrarono in quel momento tre culture molto diverse che rappresentano tre fasi diverse della storia umana.

Gli indiani d’America arrivarono dall’Asia nel continente Americano circa 40.000 anni fa: geneticamente sono correlati ai cinesi e vietnamiti. Essi colonizzarono tutto il continente ma svilupparono prevalentemente due culture molto differenti.

Le grandi praterie del Nord America attraversate da mandrie sterminate di bufali, non permisero lo sviluppo dell’agricoltura.

La cultura di questi popoli rimase quella tipica dei “cacciatori e raccoglitori” con una organizzazione in piccole tribù i cui membri collaborano attivamente tra loro ed, in situazioni di scarsezza delle risorse, in competizione con altre tribù.

Lo sviluppo dell’agricoltura resa possibile dalle condizioni ambientali delle zone dell’America Centromeridionale assistiamo allo sviluppo di una cultura ed una organizzazione della società molto simile a quelle occidentali del passato. La possibilità di coltivare e stivare i prodotti della terra permette di nutrire più figli, di assumere posizioni di privilegio rispetto ai meno produttivi, di distribuire il cibo per avere servizi. Soprattutto si stabilisce la possibilità di avere un harem e far prevalere il proprio singolo genoma a scapito di quello degli altri.

Un imperatore Inca del 1600 aveva 10.000 mogli, sparse in tutto il regno e che erano inviolabili.

Pensiamo che si possa affermare che le differenze culturali sono dettate dalle differenze ambientali e non da differenze genetiche. Le differenze genetiche riguardano i singoli individui e specifiche differenze si posso ritrovare in individui di differenti etnie.

Il ruolo dell’educazione

Se il comportamento e geneticamente determinato come si spiega il ruolo importante dell’educazione?

Come già accennato il cervello funziona attraverso una complessa rete di contatti di gruppi di neuroni con compiti specifici. Il risultato è quella risposta agli stimoli sensoriali che ben conosciamo.

Alla fine dello sviluppo embrionale la rete neuronale è completa e pronta a funzionare ma ha bisogno di ricevere le informazioni per i compiti da svolgere. Per analogia possiamo pensare ad un computer che ha già il sistema operativo ma ha bisogno dei programmi specifici per svolgere i vari compiti.

Il cervello acquisisce la capacità di svolgere nuovi compiti sviluppando nuovi contatti tra neuroni. Ad esempio una persona che ha imparato ad andare in bicicletta riuscirà a compiere questa operazione per il resto della sua vita anche dopo svariati anni di inattività perché i neuroni che presiedono a questa operazione avranno stabilito dei contatti permanenti.

Anche se il cervello mantiene questa sua plasticità per tutta la vita, essa è massima nelle primi mesi fino a circa due anni. E’ in questo periodo che l’educazione pone le sue basi e predispone all’acquisizione di quelle regole morali e comportamentali necessarie al benessere della specie.

Nello stesso tempo, i processi di rieducazione risultano difficili e a volte impossibili. Bisogna immaginare che bisogna interrompere o scavalcare dei contatti già acquisiti ed acquisirne dei nuovi. Il tutto sempre nel rispetto dello schema generale della rete neuronale.

INTERCULTURA E PENSIERO RELIGIOSO

L’origine del pensiero religioso

Per quale ragione la religione sia emersa tra i primi umani rimane un argomento di accesa discussione tra gli studiosi. Molti sono gli scienziati che credono che il pensiero religioso sia profondamente radicato nel cervello, ma essi non danno sufficiente spiegazione dell’origine di questi comportamenti e di come essi siano cambiati durante l’evoluzione. Solo alcuni archeologi pensano che la religione si instaurò come una strategia di alcune persone per arrivare al potere, semplicemente reclamando una sorta di segreta conoscenza.

Alcuni studiosi sostengono che la religione si sviluppò come un adattamento alla risoluzione di problemi di cooperazione tra individui non correlati geneticamente, mentre altri sostengono che la religione emerse come un prodotto secondario di capacità cognitive preesistenti

In uno studio pubblicato nella rivista “Trends in Cognitive Science” Pyysiainen e il coautore, lo psicologo evoluzionista Marc Hauser dell’università di Harvard, hanno rivisitato le due teorie in competizione esplorando il collegamento tra moralità e religione con un differente approccio e cioè usando i principi di quello che loro chiamano psicologia morale sperimentale.

“la religione è collegata alla moralità in modi differenti” dice Hauser. “per alcuni, non c’è moralità senza religione, mentre altri vedono la religione come un modo di esprimere le proprie istanze morali.” Ma gli studi mostrano che persone di diverse religioni o di nessuna religione mostrano giudizi morali simili quando viene chiesto loro di dare giudizi su problemi morali che non gli sono familiari. Questo suggerisce che i giudizi intuitivi sul giusto e sbagliato non dipendano da dettati religiosi, sostiene l’autore.

Questo supporta la teoria che la religione non emerse originariamente come un adattamento biologico per la cooperazione ma si originò come un specifico prodotto secondario di funzioni cognitive preesistenti che si svilupparono da funzioni cognitive non religiose. Tuttavia, anche se sembra che la cooperazione sia resa possibile da meccanismi mentali non specifici della religione, questa gioca un ruolo primario nel facilitare e stabilizzare la cooperazione tra gruppi.

Questo può aiutare a spiegare la complessa associazione tra moralità e religione. “sembra che in molte culture, credi e concetti religiosi siano diventati uno standard per le intuizioni di concetti morali. Sebbene questo collegamento non sia indispensabile, molte persone sono diventate cosi abituate ad usarlo che la critica mirata alla religione è vista come un gravissimo attentato alla nostra esistenza morale,” dice Hauser.

NOTE CONCLUSIVE

Lo sviluppo del cervello è dovuto ad un complesso di geni che ne determinano le strutture principale e indirizzano le connessioni della rete neuronale.

La rete neuronale e le sue connessioni rappresentano il substrato bio-molecolare su cui si costruiscono le funzioni superiori, quali, tra l’altro, il comportamento ed il pensiero.

L’evoluzione ha selezionato geni che inducono ad assumere comportamenti che producono il massimo vantaggio per la prole e di conseguenza per la specie.

Vari studi hanno dimostrato il netto vantaggio di cui godono le comunità di animali sociali i cui membri mettono in atto comportamenti collaborativi ( la teoria va sotto nome di Tit for Tat) La specie umana ha sviluppato al massimo queste atteggiamenti con indubbi benefici arrivando ad acquisire le capacità di modificare l’ambiente a proprio vantaggio. In tal senso non ci sono differenze sostanziali tra le varie culture.

E’ altresì indubbio che tra i comportamenti umani c’è una reticenza che può sfociare in avversione palese per chi ci appare diverso, ovvero geneticamente più distante. Cerchiamo di rintracciarla nei tratti somatici e tendiamo ad es tenderla alle differenze culturali.

L'analisi del DNA totale di intere popolazioni e ci sta mostrando che ci possono essere più differenze tra due individui dello stesso gruppo etnico che tra due individui appartenenti a gruppi etnici diversi. Ad esempio è stato dimostrato che cè più somiglianza genetica tra europei e cinesi che tra tre singoli individui Bantù.

L'approccio scientifico a queste problematiche ed una cultura biologica che fosse adeguatamente diffusa, sarebbero di grande aiuto nel garantire un fondamento solido e condiviso ai problemi posti dalle società multiculturali.